La geometria dell’orchestra, il caos del pallone e la polvere dei libri.

Ci sono momenti in cui la musica, semplicemente, si ferma. Sei mesi fa la mia si è fermata. Lasciavo un incarico, Direttore Operativo, parole che suonano solide, definitive. E invece. E invece ti ritrovi davanti a un foglio bianco. Che non è vuoto, mai. È uno spazio denso di possibilità, vertiginoso come una scogliera.

È un luogo che conosco.

E allora ti fermi. E riscopri un tempo lento, fatto di caffè con amici che la fretta aveva messo in un angolo, di voci che tornano a raccontare le storie di sempre, quelle che contano. Fatto della polvere dei libri, di ogni genere, senza un perché, se non il piacere di far entrare il mondo. Fatto di articoli, brandelli di intelligenza altrui che ti si attaccano addosso. E in questo apparente far nulla, in questa terra di mezzo tra la noia e il sogno, senti che qualcosa lavora. Si muove.

È l’innovazione, che non va in ferie. (“Ma in ferie da che?”, avrebbe ringhiato Marchionne). L’innovazione non è un reparto dell’azienda, è uno stato dell’anima. È quel filo che tiene insieme un’esperienza quasi futuribile di vent’anni fa e la passione per qualcosa di inutile e meraviglioso che coltivi nel weekend. È la soft skill che cresce nel silenzio, quando non devi dimostrare niente a nessuno.

Poi, un luogo. Una fiera, che è una parola terribilmente novecentesca. Diciamo un punto d’incontro. Il WMF. Ed è lì che succede. L’incanto. Unire i puntini, avrebbe detto quel signore della Apple. Ed è esattamente così. Vedi le tue competenze, quelle che credevi separate, che, di colpo, danzano insieme. Vedi i bisogni concreti di enti ed aziende e le tecnologie che sembravano fantascienza, e capisci che parlano la stessa lingua. Capisci che il lavoro che fino a pochi mesi fa provavi a costruire ogni giorno, un senso lo aveva, eccome.

È un attimo. La creatività si libera, l’idea prende forma, la voglia di fare diventa urgenza. Vecchi appunti, fotografie sbiadite di lunghi test nel tuo garage e tra le vie boscose intorno a casa rinvigoriscono nell’album dei fogli bianchi che adesso hanno anche una rilegatura.

La musica riparte.

E adesso la sfida è un’orchestra da costruire. O forse no. Ecco la prima, gigantesca domanda che ti si para davanti quando metti insieme delle persone. Voglio la geometria perfetta di un’orchestra sinfonica? Ognuno al suo posto, lo spartito è la legge, il direttore è l’unico custode del tempo. Precisione, sincronia, un risultato magnifico e prevedibile. Oppure. Oppure voglio il caos intelligente di una squadra di calcio? Schemi che saltano, ruoli che si fondono, dove l’intuizione del singolo può ribaltare la partita, dove l’improvvisazione è una forma di intelligenza collettiva.

La verità, forse, non sta ai due estremi di questa retta. Forse sta in un terzo luogo. Nella musica di una jazz band. C’è un tema, certo. Una struttura. Ma dentro quello spazio, ognuno ha la libertà e il dovere di improvvisare, di ascoltare l’altro e di rispondere, di creare qualcosa di unico, quella sera, in quel momento. Serve rigore e serve follia. Serve disciplina e serve coraggio.

Risolto questo, pensi. E invece no. Perché una volta che hai deciso come suonare, emerge la domanda definitiva. Quella che cambia tutto.

Io, a questa gente, cosa racconto?

Vedi, credo che il tempo dei leader che distribuiscono mappe sia finito. La mappa ti dice la strada, è un gesto tecnico. Ma non ti dice perché valga la pena mettersi in cammino. Le nuove generazioni, ma in fondo tutti noi, non cercano un navigatore satellitare. Cercano il senso del viaggio.

Il compito più difficile, e più bello, di chi guida un gruppo di persone oggi è questo: non limitarsi a indicare l’obiettivo, ma spiegare il perché. Condividere la visione, il purpose, quella cosa più grande che ci fa alzare la mattina e che trasforma un lavoro in una missione, piccola o grande che sia. È la differenza tra dare ordini e ispirare. Tra avere dipendenti e avere compagni di viaggio.

È la scintilla che permette di navigare l’incertezza perché, se sai perché stai andando in un posto, trovi la strada anche quando la mappa si rivela sbagliata.

Quel foglio bianco, sei mesi fa. Oggi è pieno di appunti, di nomi, di sogni. Ma in fondo lo so. È solo la prima pagina di un quaderno nuovo. E la musica, per fortuna, è appena ricominciata.

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